Usare ironia e leggerezza, in poesia viva

Usare ironia e leggerezza, in poesia viva,
riciclare, quando scende il panico – come una mannaia,
posso solo questo, come sollievo – al panico – riciclare;
miei eroi, anima della mia generazione,
parlo per voi, che siete stanchi e spossati:
giustizia e gioia! giustizia e gioia!
E’ questo il riscatto.

*
(Distrazioni!
signore incontrastate
della mia giornata, lasciatemi riconoscere:
il lavoro artistico si ciba di libri e di ispirazioni,
e di tanti altri nobili sostentamenti,
tutti impegnativi e fondamentali certo
(e così seri!), ma conta (anche di più!) uscire,
il giorno e la sera; sopratutto uscire di notte: Roma,
anima mia,
io la conosco bene, la tua notte;
la sua dolcezza – nell’aria e nella terra,
nel barocco e nel cemento,
nel misto di promesse sussurrate e volgarità esaltate,
ai lati di monumenti, strade, vicoli e locali – respira;
e così tante volte l’ho respirata – e la respiro ancora!
Ascoltami bene amico apparso,
solitario e inafferrabile; uscire vale più di un pretesto,
devi sapere: vale più di un rimpianto; per questo,
Roma, ti renderò poesia ogni volta che ti concedi,
a me, senza alcuna riserva).

[2007-08]

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Voltaire

Già penso a fuggire!, e non saranno

nemmeno cinque minuti buoni che sono arrivato!

Le finestre, oh come le desidero;

guardo fuori, mi dovrei trattenere: un cespuglio,

la campagna, il cielo già buio per l’arrivo

della sera: come m’interessano (ora)

più di ogni altra cosa, come m’invitano a raggiungerli;

le ombre correre, le luci brillare, le auto lontane:

sento più vicino a me il rumore di quel vigneto laggiù

che i discorsi in questa stanza;

Oh ci fosse stato G.,

sarebbe stata tutt’altra cosa; sai che risate,

col nostro modo di fare finisce tutto in parodia (una salvezza?).

E la portata in arrivo non mi distoglie dai miei piani:

sono semplici e precisi: sempre gli stessi: fuggire e ancora fuggire!,

al più presto e al meglio: spirito di conservazione, si vuole.

Ricordo, tempo fa, quando meditavo ben altre fughe:

certezze più vere, età più verdi, motivazioni chiare: Italia addio!

Ma di che fuga parlo, invece, ora, tra un primo e un Corvò?

Che sarà mai, ora? A vent’anni, allora sì! (con tutti

gli squilli di tromba e gli onori) sarebbe stata una fuga;

sapevo bene dove andare, bene cosa salvare, quali soddisfazioni avere;

energie da spendere, un passato da riempire (e l’avrei riempito,

diamine!), fuggendo, felice di dire: “Mi salvo da solo, io!”.

*

Alla terza portata, il momento d’imbarazzo:

è stato nella calca della discussione, fra il brusio

della camera e il silenzio improvviso piombato dall’alto;

sarebbe stato il momento adatto: mi sarei alzato in piedi,

e citando con freddezza qualche aforisma attribuito chessoio

a Voltaire («Non sono d’accordo con quello che pensi,

ma darei la vita per che tu lo possa dire»)(«tutta la saggezza

dei libri non eguaglia il piacere di un caffè con un amico»),

mi sarei guadagnato la serata (che poi, a quanto pare – dicono

Voltaire aveva un pessimo carattere: irascibile, immaturo,

dispotico verso la povera moglie, cinico ed egoista)

(ma si può, un classico!) (tutti questi bei busti da Olimpo,)

(ma c’è ben altro nella pagina, nella vita privata):

un gesto così da dare la sensazione agli altri: lui c’è, questa sera.

Giocherello col tappo, aspetto distratto l’ora di andare via

intanto mangio – e di gusto – son mica fesso; e mentre voi vociate

sulle vostre sedie, con in mano una posata, ripenso di nuovo,

con nostalgia, a fughe mai fatte, viaggi mai eseguiti, a donne mai amate,

e lo faccio con la nostalgia propria di viaggi veri; è mai possibile?

Porta a queste meraviglie un desiderio inappagato?

Può questi miracoli una vita inespressa?

Sì sì, la frutta la salto, mi prendo i saluti e scappo.

[2009]

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Dunque, (sempre) i conti dicevo

Dunque, (sempre) i conti dicevo:
porto in dote questa voce,
è la mia cronaca:
l’unione di privato e storico
(non una ricerca di mercato),
la somma della propria identità
(agguerrito poeta, non ti ascoltano mai!):
il dolore va controllato, mai lasciargli il passo:
al minimo cedimento si prende ogni energia.
Ora la Gioia:
un discorso del genere non avrà
mai appeal, ne sono cosciente:
la decadenza pubblicizza il savoir-faire
del poeta triste e pieno di malinconico spessore;
dovrò costruirmi una difesa salda:
“E’ la vendetta della vitalità pop!”
rende bene l’idea come slogan (concentrati
su di te e non perder tempo); ecco,
devo concentrarmi su di me: distrazioni,
compagne della mia mente, vi devo ignorare;
vi prego di non insistere, non ho tempo da perdere;
se fosse per me non mi muoverei da qui,
non alzerei un solo dito – nulla! –
non un dito, se non fosse il tema.
E allora fondo, confronto e rimonto: questo
è il rigoroso modo di eseguire: l’arte
deve intrattenere! – dando fame di vitalità:
la cultura è fatto vivo e quotidiano,
non un sogno da talent-scout.
Non avendo più un’ispirazione, come comodo e sicuro
modo di amarmi – non bado al profitto –
mi lascio abbandonare all’uso di necessità.
E’ pop, sicuro e di qualità!
(E’ naif! naif! solo Gioia!!)
(Quale canto sociale sostieni? Che uomo ami?
A quale bellezza ti concedi con incantata ferocia?
Io a questo tormento ambisco: ecco un riparo certo
dalle furie di questo mondo stupido e insensato.
E’ lì che sento parlare di fatalità; è lì che riesco
a toccare con mano una divina fortuna, riesco
a dare un senso al sacro mistero della personalità.
Oggi non credo al destino, né alle libere scelte, né ai Sommi Capi:
oggi non credo a niente, non voglio nulla: fermo qui,
muto e incosciente, t’aspetto; t’aspetto soltanto.
Le tue occhiate mi hanno fugato qualunque dubbio.
Persino questa musica riesco a ignorare. Qual’è il tuo nome?)

[2008]

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La psicologia

Mi interesso a tutto tranne che a me stesso,

(perplesso) rifletto e lascio insoluto qualunque dubbio,

problema, questione che m’affligge; non l’affronto,

lo tengo lontano in secondo piano, in cerca di spazio e tempo

e intanto trovo da fare altro. «Attento – mi dico – così finisci

i tuoi giorni sempre più scontento e arreso» – e puntuale,

appunto, arriva una crisi; passata la quale, ritorno

allo stesso punto: sempre spazio e tempo; e comode

distrazioni; leggo e sfoglio di continuo notizie inutili,

m’informo di ogni minimo capriccio che accade nel mondo

per non pensare a ciò che mi accade intorno – per non parlar

di quel che accade dentro!, al mio interno. E perché poi?

per non ascoltarmi, decidere, agire? Sono i miei mostri

tanto orribili? E’ così vigliacca la famigerata tattica

della psicologia umana? Per cui arrivo fino ad annaffiare

fiori e piante e lavare piatti e pentole? Il rimosso

mi viene addosso, mi riesce di scrivere (un semplice

paradosso letterario? Non direi, se vedeste il fondo

del mio mondo – e che rimbombo quando

ci cado dentro). Ma tanto c’ha fatto la natura,

io rinuncio all’autoflagellazione – non ho più l’età

e ho capito il suo inganno. Meglio accettarmi e continuare

a far finta di niente, perché no, aspettando il tempo

in cui mi metterò di fronte a me stesso, conti in mano

e taccuino bello e pronto, disteso su qualche letto.

Se non mi verrà di scrivere niente, saprò bene il motivo.

[2014]

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Lady Macbeth

«Ma questa storia del Destino, la tratti

molto furbescamente, devo dire; confessalo:

non hai nessuna voglia di realizzarti –

e non parlo del coraggio –; se ne avessi voluta,

(hai l’età per capirlo e lo hai capito,

ne sono certa), l’avresti già fatto;

ottenere dei risultati non è così difficile:

ma quanto costa? cosa si deve sacrificare?

Ah non dire (come sempre) che agli altri

riesce tutto facile, né prendere a bersaglio

le dinamiche di classe: esistono, è vero,

hanno il loro peso: ma cosa contano se ieri sera

ancora, col tuo amico, hai bivaccato, riso e sprecato?

A te piace perder tempo e vivacchiare,

rinviare il momento decisivo in eterno:

hai un’anima divertita e sconfitta – e qui

chiamo in causa la paura, e certo, il coraggio.

Comunque non biasimarti – al contrario,

(e non lo dico per consolarti), non credere che si abbia

il controllo pieno della propria vita; sfugge,

è inutile dirlo; bisogna avere polso, s’intende,

ma i migliori artefici del proprio destino sono anche

i più disillusi – soddisfatti disillusi. Tu sogni

e ti lamenti, e non t’impegni: a forza di limitarti

non riesci più a vivere a pieno nulla:

hai quest’energia che non sai come scaricare,

perché passi tempo più a contemplare

che a vivere; devi buttarti con i se, i mah,

ed i però. Punto. Sono stata chiara? Spietata,

ed indifferente, come temi e dici sempre, di continuo?

Lo faccio per il tuo bene, non mi fido della tua natura,

la conosco, natura tenera e accondiscendente.

Ho ragione o sbaglio? Avvicinati che ti bacio».

[2012/13]

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Amici miei (Storia e poesia)

Amici miei,
protagonisti in prestito e mascherati,
fermo e indeciso,
tra il dolore e il piacere,
vorrei confessarmi:
manifesto il distacco tra individuo e
Storia – la meccanica del disinteresse
(perfino senza colpe chissà?) –
col discorso vivace e senza artifici;
cerco il buono, e il vero, e il basso
(e ricordo di quando siamo venuti assieme – lei e io,
con tanta grazia – gridando) (un fuoco di paglia);
ritrovarmi un poco, e fare pace col passato –
non vi ho mai raccontato fino in fondo; difatti vado avanti –
essere presente a me stesso, alla realtà
legato, il viso e le braccia; (questo)
è un lavoro sul linguaggio, scelto
e curato – scarto l’aulico e l’arcaico – pensato
per un segno nobilmente popolare,
funzionale alla vitalità di una
poetica sacrosanta (un rischio, il pop).
Affidatevi al gioco delle finzioni
e tutto sarà credibile.

(Storia e Poesia, sarà
possibile un unione
fra sassi e cerimonie?
Le dita son le mie!
Non ho nemmeno un’assicurazione
sulla vita (né sulle dita).
– ripensa alla Poetica:
fuori luogo sì – e sebbene
luogo comune – fa sempre
il suo effetto citarla: pare
non se ne possa fare a meno.
«Dunque nella Poetica, vi dicevo…»)

[2008]

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Amo Zola (Letterati e indifferenti) pt.2

Traduco bene e traduco a modo mio
(il nuovo Nuovo Principe sono Io).

Oh Èmile, a cosa è servito il tuo sacrificio
se quel che resta è il solo realismo:
alcuni l’hanno presa persino a dottrina!
E l’uso sociale? Il coraggio? Il sano populismo?
La fede nell’umanità? Mi chiedo, a cosa è servito.
Il tuo messaggio è andato perso e dato per scontato:
non c’era un torto peggiore da farti subire
(visto al tuo buon Cézanne, che trattamento? E
che rivincita?). Questo non mi stupisce (aria nuova!)
e mi convince sempre più a fidarmi di
ciò che viene dal basso (seguo il mio istinto).

Dal basso,
vedo nascere ogni discorso nuovo e interessante
(e vivo!): niente paternalismi con la massa:
sono contro chi scrive popolo solo come un sostantivo!
I partiti hanno terminato il loro compito storico:
gli intellettuali non hanno più respiro:
la società civile ha in mano il proprio destino:
ma saprà farsi democrazia distribuita (e naif)?
Ah! quante mancanze al di qua delle Alpi:
tutto ciò risveglia in me quel senso
tanto assopito (il coraggio) (della letteratura) ma
a cui non concedo più la libertà di agire:
sì lo confesso: io smetto, Èmile: ho paura a scrivere:
un populismo artefatto in giro – un’arte opulenta –
e una vita sbagliata mi frenano: ho paura di scrivere:
vivo con dolore l’esperienza dell’espressione: feroce come un nazista
(solo bianco) (solo nero) io taglio (diceva così il mio amico);
ogni giorno sempre più con sollievo rinuncio
a una fatica che non so più accettare (trema ancora la mano!).

Oh Èmile, sarei così florido;
devo lottare quotidianamente con la sterilità dell’animo
(ma io ricordo com’era vitale, forte e potente,
come mi trascinava – era un colpo! – un tempo);
sarei così florido, ma devo lottare contro quest’aria pesante
che nuoce alla Gioia; quotidianamente contro l’apatia
degli eventi, delle promesse mancate,
dell’eros mortificato, degli amari risvegli,
di una solitudine senz’armi; di pesi asfissianti,
di una vita bloccata, della paura di agire:
sì lo confesso: io smetto, Èmile, ho paura e smetto.
Sarei così florido, Èmile, sarei così florido
se mi sentissi libero, se avessi la possibilità
di essere e di fare, di essere e di fare,
se solo riuscissi… se avessi…

(..eppure non m’arrendo al declino,
non dirò mai addio al mio farmi
poeta organico..)

Letteratura e società,
dal basso riconosco (poesia viva, in mezzo alla gente)
il miracolo quotidiano (se non Dante-Ugolino)
di una vitalità risanatrice (le forze nuove);
i media parlano così insistentemente di realtà
ma a quale lettura caricaturale la riducono:
una mediocre maschera senz’anima ne fanno:
confondono il candore in asprezza, la rabbia in folklore,
il cuore in un gomito! Letteratura e società,
costruisco il mio periodo verbale,
prendo lo stile che mi è congeniale
allo scopo che voglio perseguire; colgo ogni
parola e rumore che sappia farsi letteratura e società:
non ho bisogno del buon gusto,
devo farmi coraggio (abbi fiducia è il leit-motiv
di questo inverno), sono ben cosciente
di pagare con la mia stessa vita (il suo peso,
questo parlare – col tono della leggerezza – sopravvivere):
è letteratura e società, con cui scrivo ora,
se l’arte vuol rimanere viva e vivere,
avere voce, dare speranza, imporre un modello
(concentrati su di te e non perder tempo);
sono solo, e devo farmi coraggio; devo concentrarmi
su di me – solo – e non perder tempo. Amen.

Amo zola senza averlo mai letto

[2008]

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