Lezioni gramsciane

Lezioni gramsciane. Il Contemporaneo e la Gioia

Un’avventura postmoderna in cui si muovono e mescolano la figura di Gramsci, persona reale e personaggio poetico, la Storia e le tensioni contemporanee, dolori individuali ed incertezze storiche, rimorsi passati e aspirazioni future, divagazioni notturne e la Gioia, il suo mistero, la sua salvezza. Ispirato da temi gramsciani doc quali la critica agli intellettuali, il nazional-popolare ed il ruolo della cultura, un’opera che vuol divenire poesia della prassi.
A conclusione le Note al testo, ovvero poesie a guisa d’illustrazione, pratiche e sicure!

 

Primo

Dalla strada
all’ultimo gradino apparve,
mai riconosciuto dalla folla, quest’uomo,
ginocchia corte e il viso dalle tante forme;

il senso ora s’è smarrito,
nel cuore del Contemporaneo
l’abbraccio (avvenuto disincantato,
ritrovato solo in seguito);
scese giù, sparso tra la gente,
il canto dell’uomo anonimo schiacciato
dalla Storia, il singolo non ascoltato;
perduto in fondo al mondo,
canto di animo popolare e vero,
il canto del semplice elevato
(“Questa sua intellettualità elitaria
e borghese,” – dissi parlando di Croce
un giorno – “non me lo fa amare
particolarmente; ma ne condivido
la tesi: lo Stomaco, gran saggio!”).
Nell’abbraccio col Contemporaneo
il suo pensiero si espresse;
l’aria fiera e vivace, quest’uomo
non si risparmia mai nei gesti vivi
e considera il sociale forma stessa
di umanità; scese giù, sparso tra la
gente, il coro cui segue.

Eppure ora è in prigione.

*

Io
(questa parola ormai Antistorica,
senza spessore senza influenza,
escluso il valore e la coscienza,
la certezza di una vita completa)
dopo
una settimana di passione, tra attese-riprese,
la notte di richiami all’ordine (e all’origine)
di aperti bilanci e cadute senza fiato –
la vita ancora da cominciare, mi dicevo –
mi preparo a fare i conti con me stesso:
è la stagione che lo impone: ogni mattina
mi sveglio nel disastro del mio letto:
è certo fare i conti con me stesso questo!
L’umore italiano paga l’ermetismo:

le scene erotiche, le aspirate dense,
i pensieri abissali, i riguardi sul passato,

di questo vivevo, l’ultima stagione:
con l’aria di essere altrove,
tolto il disturbo, era già sera
(a me che pareva ancora mezzogiorno),
avanti col correre e le pretese quotidiane,
perso e smarrito; una settimana di passione dicevo
(Federico Lorca è morto e andato1).

E allora decisi:
Essere pieno, qui e ora!”:
senza esitazioni, così il dovuto è estinto!:
è la forma sopra la normalità
che ho preso a seguire: a cominciare,
ogni mattina, come nuovo;
e muovo il tema della Gioia all’ombra
dell’Occidente (i fiumi d’Occitania scorrono via),
perduto, alla deriva, senza sana leggerezza,
guidato da avidi signori che rifiutano l’economia felice:
sopra le macerie,
nulla resta delle sue ottime intenzioni:
macerie appunto: chi si sente ancora vivo, esistere e fiorire
alla sua ombra? Senza felicità, l’Occidente:
di una civiltà finita la Storia conserva (appunto)
le macerie, a testimoniare, una volta, la vita.

Oh Gioia
(un discorso fuori tempo al giorno d’oggi):
dove sei stata tutto questo tempo?
chi sei tu per avere tanto toccato le mie convinzioni?
per aver smosso un afflitto spirito
che guardava indietro convinto di trovare nel passato qualche spiegazione
o sollievo; convinto di rinunciare al gioco irrisolto della parola?
A chi hai insegnato il tuo ethos, ora gode la piena esistenza;
a chi t’ha dimenticato, ricordo:
diritto costituzionale!, espressione morale!
(con questo dire potrei sapere di un politico);
sei la partenza e l’arrivo, il viaggio; macerie
dicevo? Ecco, solo tu ridai alle macerie la vita:
la terapia poetica è allegra e sana:
si rianimano le parole e i versi
andati in pezzi nel torpore sociale
(ho fatto un lavoro sul linguaggio):
fai poesia solo col tuo profumo.

Tema della Gioia, con te da oggi faccio i conti!

(Vedi kamenev, come mi sento bloccato:
è una vita stregata, nessuno lo sa:
tutti i pesi morti, i dolori, i fiati corti?
Io e te, quanta gioventù, quante parole.
Le vertigini, la confusione, il cuore:
a viverlo sembrava un orrore. No!,
era lo stomaco, a quanto diceva il dottore.
Oh kamenev, sapessi quanto
dolore)

[…]

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