Es, Io e SuperIo (o Freud)

Dormivi ancora sul letto, con la schiena nuda scoperta;

io guardavo fuori dalla finestra, i vetri appannati,

la luce del mattino; faceva freddo e c’era silenzio;

qualche auto passava per strada: t’ho tirato su la coperta

con cura; avevo preparato il caffè, lasciato poi

sul comodino, prima di uscire, attento a non fare rumore.

Sul lungomare mi presi tutto il mio tempo; non tirava

vento, non come la sera prima. Raggiunsi la spiaggia,

mi sedetti un poco; aveva ancora i ciuffi d’erba –

la stagione estiva era lontana. Mi distesi sereno.

(

Citavi Freud. Oh, ancora che insisti con quel vecchiaccio;

anche lui è stato figlio della sua epoca, non credi;

analizzarsi non è guarire; agire lo è! – t’ho risposto.

E proprio io lo dicevo, me lo ricordo bene; un santone

con la disgrazia di un ergastolano. Hai allargato le braccia:

Uuh, come sei retrogrado, m’hai detto;

spari sempre addosso alla psicoanalisi, tu. Cosa pensi,

che non sappia che non basti la terapia per guarire?

E poi non eri tu quello che andava dallo psicologo, una volta?

Ma che posso fare, tesoro mio. Non le esigenze della specie,

non le esigenze della società. Mi ero chiesto così spesso

chi fossi, dove andassi: tutto tempo perso, ecco che ti dico:

un baratro, in fondo, non è la fine del mondo.

Sono anni che non mi muovo, fingo d’agire

ma è solo un bel giro in cerchio; e allora?

E’ frustrante, sì, ma in fondo così nobile.

«Tutto e subito!»: bastava un colpo d’ala all’epoca

e avrei risolto la maggior parte dei miei dolori:

un colpo d’ala, ti giuro, e sarebbe stata tutt’altra vita.

)

Ti trovai sul letto, a leggere; mi sedetti accanto ai tuoi piedi;

m’aspettavi, lo sapevo; iniziai a baciarteli, tenendoli per le mani;

aprii lo spacco della veste rosa, accarezzai, lentamente,

le sottili cosce bianche; salii con le mani.

Ebbi un acceso di desiderio. Solo allora

hai chiuso gli occhi e hai riposto il libro, dicendomi,

con voce sussurrata: – Spegni la luce, amore mio.

(

Non è affatto l’esigenza della specie. Vanno bene

due cucchiaini di zucchero; la mia incostanza la conosci,

ancora non l’ho superata (ma nel caffè: sempre due cucchiaini!);

tutto quel che mettevo in passato in ogni cosa,

di cui tanto tu mi lodavi – e curavi, apparteneva

al genere della cura – è finito, morto, spento:

eh sì che non mi amo ancora, ma mica

sono pronto a un supplizio per questo.

Non è affatto l’esigenza della società. Eh no,

c’è del narcisismo nel mio lasciarmi vivere addosso.

La lotta non è il mio genere d’esistenza.

E cosa proponi tu, invece? Sentiamo. Il discorso

che evita di affrontare la questione, ad esempio.

Quella che capisce di più di psicologia

sei tu. Questo sono, nulla di più;

non sarà il mio maglione a v a salvarmi,

né la barba incolta o gli scrupoli sinceri.

Ti trovo ancora splendida, ma mi stai ascoltando?

(

Chiudemmo il letto, rifatto a dovere,

come non avessimo mai dormito sopra;

abbiamo consumato anche questi giorni,

come tutto il resto; la caffettiera pulita

lasciata sul lavandino; le tapparelle abbassate.

In primavera inoltrata verranno riaperte.

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