Filosofia della Prassi

Noi siamo qui, in questo mondo,

nascondersi è inutile, far finta di non essere nati

serve a poco, turarsi il naso o vivere come in apnea

men che meno. – A muso duro –, mi disse A.,

nel parcheggio, fumando e chiacchierando: Dante, De Andrè,

Shakespeare italiano e «quel gran bastardo» di Napoleone;

le donne, infine; il tempo camminava in silenzio. Noi siamo qui,

in questo mondo; e abbassiamo il finestrino un attimo,

per far uscire il fumo: la contingenza conta; non siamo filosofi.

Nascondersi è inutile; far finta di nulla, men che meno;

passami l’accendino, spegni l’aria, tira su il finestrino,

alza il volume («..ed affronterò la vita a muso duro..»).

Ecco: basta dannarsi per una difesa salda – il timore continuo

d’essere feriti. Un salto di qualità, questo cerchiamo:

vivere per una realizzazione superiore e felice, nient’altro;

da qualche parte, bisognerà pur partire – è importante

sapere da dove si parte (metà dell’opera etc. etc.).

Una nuova etica, aperta, vitale, non insicura; etica di movimento,

etica d’azione, che non sia la solita spenta speculazione.

Il nostro progresso si basa su una leggera aria di salvezza,

magari d’innocenza: non importa qualche peccatuccio:

siamo esseri umani, prima (e non filosofi): dal basso,

guarda i piedi!: siamo qui. Eppoi la gioia, il suo soffio,

non la escludo mai. E’ un fatto politico. Possiamo essere felici,

siamo vivi, pesanti e leggeri (alla stessa misura). Non ridere,

non sto costruendo nessun sistema di pensiero.

Ma da qualche parte, dicevamo, bisognerà pur partire,

ti trovi d’accordo, no? («la Turchia!, dico per esempio, la Turchia

in Europa! Quale occasione; io l’attendo»); qualcosa di piccolo,

di poco conto, ma di infinitamente vitale. Non faccio il finto tonto,

leggo i titoli dei giornali, qualcosa dicono, qualcosa non torna:

la mia sfiducia ha la virtù della migliore passione civile.

Ma una nuova etica non tarderà a venire, non dobbiamo

metterci fretta; il Tempo, è un nobile signore, dopo tutto

(così si dice); e, amico mio, a proposito, s’è fatta ora di cena,

il mio stomaco – lo senti? – brontola. Chiudiamo i finestrini,

spanniamo i vetri, riaccendiamo la macchina. Torniamo a casa,

mio caro A., tu che sai essere splendido e spietato, e, sono sicuro,

hai molto di più di quello che mostri – ma fai bene!, a tenertelo per te,

il tuo tesoro, l’anima, di questi tempi, così duri, così incerti – fai bene;

figurati se qualcun altro saprà capirci meglio di noi

figuriamoci!

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