Omaggio a Gramsci

Omaggio ad Antonio Gramsci nel giorno del suo “compleanno”:

Dalla strada
all’ultimo gradino apparve,
mai riconosciuto dalla folla, quest’uomo,
ginocchia corte e il viso dalle tante forme;

il senso ora s’è smarrito,
nel cuore del Contemporaneo
l’abbraccio (avvenuto disincantato,
ritrovato solo in seguito);
scese giù, sparso tra la gente,
il canto dell’uomo anonimo schiacciato
dalla Storia, il singolo non ascoltato;
perduto in fondo al mondo,
canto di animo popolare e vero,
il canto del semplice elevato
(“Questa sua intellettualità elitaria
e borghese,” – dissi parlando di Croce
un giorno – “non me lo fa amare
particolarmente; ma ne condivido
la tesi: lo Stomaco, gran saggio!”).
Nell’abbraccio col Contemporaneo
il suo pensiero si espresse;
l’aria fiera e vivace, quest’uomo
non si risparmia mai nei gesti vivi
e considera il sociale forma stessa
di umanità; scese giù, sparso tra la
gente, il coro cui segue.

Eppure ora è in prigione.

*

Aleggia agli occhi di pochi – tutti
intenti ad agitarsi come fosforo,
ma io li giustifico, la fame e altro,
(i compromessi) (la morsa sociale) –
quest’uomo, parla con animo popolare,
parla al quotidiano, radice dei cambiamenti;
quest’uomo (solo uomo, non-uomo),
le spalle strette, la barba compunta,
la sguardo fine, acuto e malinconico,
di chi sa di dover contare solo su se stesso
(e lottare solamente con se stesso)
di volontà semplice – solo una vita normale,
fuori dall’isola, in cuor suo, rincorre – aleggia
agli occhi di pochi (un libro per chi non sa1)

(fra quattro pareti
chiuso, stretto, con un
solo unico bianco,
televisore acceso):

Eppure
è in
prigione

*

Ed ecco, è successo: sono indifferente!
Oh il senso di colpa già m’assale,
penso a te, in carcere, e già ti scrivo:
“Ma io sono stanco e amareggiato,
ho perso la fiducia, non ho forze,
né in testa né in corpo,
non partecipo, non lotto:
rinuncio!
Stanco e sfiduciato,
perdo pezzi e guadagno pesi,
mosso dall’impossibilità d’agire,
di incidere, di vivere (qui, è la realtà!).
Sono indifferente come difesa,
la sensibilità è una condanna;
questo penso, questo posso, ora;
mi conosci, ti voglio bene,
saluta i bimbi”.

Questo è quanto; ho posato la penna,
tra la luce solitaria, la stanza buia, sul foglio;
e poi ho pensato, muto come carta bianca,
con gli occhi chiusi, sdraiato, il braccio
sulla fronte: Mi sento in prigione, mi sono detto.

*

In carcere a Turi
il tempo passa lento,
il sonno prende spesso
il giorno, la notte con fatica;
l’umidità piange alle pareti,
i ricordi sanno di muffa; le mani
sono tagliate ai lati, il freddo
brucia labbra e guance; quando leggo
la temperatura – un poco – sale; scrivo lettere
infinite, mai una goccia di sudore mi cade;
sulla la spedizione, nulla da eccepire:
aspetto il momento che mi spinge a scrivere;
con foga, di solito, con stanchezza
altre volte; insieme ai secondini rido,
l’umorismo e la facilità tengono sano,
in equilibrio. Nell’ora d’aria, guardo
il cielo più d’ogni altra cosa; ritorno dentro quieto.
Conto di uscire ancora intero.

*

Fuori tira un brutta aria.
Dall’arte alla politica alla vita quotidiana,
è ben evidente; di già al mattino:
bandiere nere messe a festa;
il pane aumentato, gli stipendi una fame,
uno strazio il viaggio, lo stato sociale:
quel senso di socialità (il filo rosso)
così apparente ormai indifferente,
sparito (i quaderni son sbiaditi).
Niente a che vedere quando lui era fuori:
nel cuore del Contemporaneo gli anni
abbondanti, fervidi, decisivi: oh certo,
i problemi di sussistenza e tanto altro, ma
metteva radice – a cavallo del secolo – il frutto
del nostro benessere civile e materiale (socialisti santi!).
Camminava sotto i portici, pioveva a Torino:
le mani in tasca, i pensieri rapidi, il passo spedito,
«l’Esposizione Universale al Valentino!»;
Ah che tempi, gente!, aspirare al sogno
non era mai stato così facile:
il braccio era proprio per arrivare,
le dita per toccare, cambiare un verbo quotidiano:
se ne sentiva il brusio ogni giorno:
le forze nuove pronte a salire la scena:
tutto diceva: “L’impossibile arriva!
e non si mentiva, non erano sogni di cera:
uomo nuovo, stato nuovo, nuova società;
bastava un cerino e il coraggio d’una voce,
il fuoco veniva santificato, il ferro amato;
ogni problema era collettivo (ma
nasceva l’individualismo lì vicino!).
Alcune nubi però già si raccoglievano,
era un cielo rosso che le chiamava:
la Belle Epoque si chiudeva
con alle porte un eco di mitraglia.

Era l’epoca buona, l’aria pulita,
il terreno fertile, e il fuoco santificato.

*

Aleggia, così, agli occhi di pochi,
tutti intenti – loro – ad agitarsi come
fossero fosforo. L’uomo, discreto
(solo uomo, non-uomo, ma semplicemente
un uomo) rimane sullo sfondo; quante
parole venute fuori da quel giorno.
Il suo mistero è un ombra di contorno,
una foto sbiadita del secolo scorso.

Questa voce è stata pubblicata in Lezioni gramsciane e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...